L’epoca d’oro della radio

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IL FASCINO SENZA TEMPO DELL’EPOCA D’ORO DELLA RADIO

Questo disco, nato da un’intuizione del maestro friulano Luca Bonutti, vuole essere un omaggio alle più belle canzoni degli anni Trenta e Quaranta, per ripercorrerne la storia, i contenuti e i significati attraverso i personaggi, i cantanti e gli autori che ne furono i protagonisti. Si propone di offrire al pubblico giovane e meno giovane la rinnovata essenza di ciò che è stata l’epoca d’oro della canzone italiana e di far rivivere quei sogni, quei sentimenti, quelle atmosfere ed emozioni che, un tempo passato, prendevano il volo da quella magica scatola di legno chiamata radio.

Allora le canzoni erano l’espressione di un gusto musicale e culturale che tutti accomunava nell’epoca in cui le camicie erano nere: si doveva pensare tutti alla stessa maniera e il jazz non lo si poteva nemmeno ascoltare.

Parlami d’amore Mariù fu portata al successo da Vittorio De Sica. La canzone, ora celebre in tutto il mondo, senza le inflessioni garbate e ironiche che seppe conferirle il grande attore, forse non sarebbe rimasta così a lungo nella storia della musica leggera internazionale. Voglio vivere così è un  inno alla gioia di vivere e all’evasione, per non pensare al secondo conflitto mondiale ormai imminente. Nella celebre Mamma, cara a tutti gli italiani, vengono esaltati il ruolo, l’amore e la sacralità della mamma. Fu lanciata da Beniamino Gigli che nei suoi concerti non mancava mai di bissarla. Mattinata fiorentina, del 1942, fu un successo del grande Alberto Rabagliati che la eseguì in ogni angolo del mondo. Nata durante la guerra, cela nei suoi versi, come altre canzoni dell’epoca, l’ironia dei doppi sensi e la speranza di un rapido ritorno alla quiete con l’invito alle ragazze fiorentine a riassaporare il profumo intenso dell’amore dopo il lungo inverno. Abbassa la tua radio, cavallo di battaglia di Rabagliati, è una dolcissima canzone d’amore nata nel 1940, in concomitanza con l’enorme diffusione della radio. Nei suoi versi d’amore si cela l’invito a tutte le massaie a non disturbare i vicini di casa con il volume troppo alto, divenuto addirittura un problema di ordine pubblico. Mille lire al mese è una di quelle canzoni composte per dimenticare il dramma della Seconda Guerra Mondiale: canto di consolazione nell’attesa di tempi migliori nel periodo in cui per il burro e il pane ci voleva la tessera, il caffè si faceva con i surrogati e per sigarette si fumavano rotolini di carta di giornale o pezzi di tralci di vite rinsecchita. Chi non aveva denaro doveva solo sperare in tempi migliori o consolarsi cantando: se potessi avere mille lire al mese…. Paquita, dolce ed elegante canzone-tango del maestro abruzzese Antonio Di Jorio, fu composta nel 1942 e canta la tristezza del giovane habanero che pensa con nostalgia al tempo felice vissuto con la bella Paquita che, dimentica delle sue promesse d’amore, lo abbandona per più focosi e avventurosi amori. Addio signora, melodia di rassegnata tristezza nel ricordo romantico dell’amore finito, su un ritmo appena accennato, sulle sospensioni e le delicate fioriture, ci ricorda che il mondo del melodramma non è poi così lontano (una curiosità: la Casa Editrice La canzonetta di Napoli la distribuiva per la profumata somma di lire otto). Vivere fu lanciata nel 1937 da Tito Schipa e divenne subito un successo internazionale. Nei suoi versi la felicità è una faccenda privata da godersi da soli, voltando le spalle ad un amore appena finito. Reginella, scritta nel 1917, canta di una ragazza che pur avendo abbandonato il suo innamorato, di tanto in tanto, distrattamente, parla di lui. È sicuramente la canzone napoletana che ha riscosso più successo dopo ‘O sole mio. Chitarratella, canzone-serenata, è un appuntamento con la luna, un amore infranto e una speranza da inseguire; chi può dimenticarne l’appassionata interpretazione di Carlo Buti? Malìa, gioiello d’arte di delicatissima fattura che Francesco Paolo Tosti compose nel 1887 nella Londra vittoriana per il diletto dei salotti aristocratici e le profumate serate a Buckingham Palace. È stata interpretata dai più grandi cantanti: da Gigli a Caruso, da Schipa a Pavarotti. Non dimenticar, infine, deve il suo successo ad Alberto Rabagliatì e alle tre sorelle col visino di pasta frolla, il Trio Lescano, che intonavano il celebre ritornello con una grazia musicale che non trova esempi nelle esecuzioni moderne. Attraverso i microfoni dell’EIAR, divenuta in seguito la RAI, fu il primo fenomeno divistico radiofonico e riuscì a vendere una media di 350.000 dischi all’anno, una cifra ancor oggi sorprendente.

Le canzoni, quindi, erano intese come un comune e generalizzato sentire dei sogni, dei sentimenti, del vivere la miseria, delle speranze di un futuro migliore e unica consolazione per chi in tasca non aveva il becco di un quattrino.

La novità di questo progetto non sta certamente nell’idea di lanciare canzoni che, per quanto originali, appartengono a un passato ormai lontano e conoscono interpreti, esecutori e registrazioni in ogni luogo della terra. L’idea nuova sta piuttosto nel voler proporre queste tradizionali canzonette in una veste del tutto inusuale. Forse nessuno prima d’ora ha pensato ad un ruolo che si è invece rivelato vincente nella presenza e nell’impatto sonoro: un coro maschile che diventa protagonista sul palcoscenico e si inserisce, quasi in sordina, creando armonie vocali veramente gradevoli e d’effetto. 

Quindi è così che si è voluto ripensare quest’epoca della canzone italiana: un cantante, un coro e un gruppo strumentale che rievocano sonorità ormai perdute, grazie anche ad arrangiamenti ed elaborazioni che si rifanno volutamente alla nostra grande tradizione. Chiunque potrà riassaporare le orchestrazioni di Cinico Angelini, Pippo Barzizza e Gorni Kramer, riproposte in chiave un po’ nuova e un po’ nostalgica, rivisitate da Concezio Leonzi che, oltre ad essere il cantante solista di questa raccolta ne è anche arrangiatore assieme a Giacomo Maria Danese. La musica è affidata all’Orchestra Natissa composta da professionisti di alto livello: Fulvia Pellegrini al violino, Zinajda Kodrič al flauto, Antonella Macchion al violoncello, Mauro Meroi al contrabbasso e Gianni Matellon alla batteria. Il pianoforte e la direzione sono affidati al maestro Luca Bonutti, arrangiatore della parte corale e ideatore di questo progetto artistico.

L’idea di registrare questo disco è nata sull’onda del grande successo di pubblico e di critica riscosso in varie località della regione. Di particolare rilievo la partecipazione alle recenti manifestazioni organizzate in occasione dei 75 anni di Radio Trieste (Rai) presso la Sala Tripcovich, la cui registrazione è andata in onda su Raitre.