Magistralis

L’epoca d’oro della radio
28 marzo 2007

La lectio di Candotti e Tomadini. Memorie sacre e profane

“In questo suo bellissimo ed intimo lavoro non si riscontra un particolare rigore nell’eliminare elementi profani, ma prevale un linguaggio omoritmico di grande fascino e presa, dove le voci, chiarissime per la loro comprensibilità, vengono accompagnate dall’arpa, strumento che Tomadini coltivava, e che crea arabesche volute di suono e dagli “archi” che intessono un delicato e terso disegno di sostegno nel dipanare i momenti di una Messa che per la sua soavità fu definita celeste”. Scriveva così Renato Della Torre, pensando alla Messa di Santa Cecilia per soli, coro e orchestra di Jacopo Tomadini, sacerdote “mitissimo e pio” e tra i più celebri compositori friulani, assieme al suo Maestro Giovanni Battista Candotti.

La Messa, infatti, è un compendio di leggerezza e solennità, dove trovano felice coniugazione momenti antitetici, ma in qualche modo connessi: il momento della spontanea esultanza nel rendere lode al Signore e quello dell’intimità, del colloquio più sincero e dimesso. Devozione popolare e ascesi individuale. Tutti e soli. Parti e momenti che si alternano ed intrecciano in un dialogo ora fitto, ora più disteso, dove ogni segmento ha una sua autonomia, ma, grazie ad un fraseggio semplice ed immediato, crea un tutt’uno con il resto. Il filo conduttore della Messa è la serenità. Una serenità che accompagna, silenziosa e complice, lo scorrere cristallino e luminoso dell’opera. Quasi impalpabile e a cui il Tomadini dà voce nella preghiera – momento di massima intensità e forza espressiva – dell’Agnus Dei finale, in cui converge appieno la poetica del grande compositore, considerato il Palestrina dell’Ottocento “per la bellezza e la chiarezza dei suoi orditi polifonici e per aver operato, al pari del Maestro cinquecentesco, per la difesa della musica sacra cattolica”.

Mariateresa Bazzaro