Strolic, almanacco in musica

Quando la Radio…
29 marzo 2009

“Quell’almanacco candido e arguto…”

DAVID GIOVANNI LEONARDI

La cultura friulana del Novecento ha più volte atteso invano il suo epos musicale, un progetto in grado di rappresentarla al massimo livello di interscambio artistico quanto le opere nazionali romantiche; e se il primo autentico melodramma in lingua friulana, i Gespui furlans di Franco Escher su libretto di Libero Grassi, cadde ancor prima di raggiungere la scena, avendo lo scrittore smarrito l’intero materiale manoscritto nel 1928 dopo un’anteprima in forma ridotta tenutasi a Palmanova tre anni prima, non migliore sorte toccò alla favola lirica Barbe Basili e il paradîs su libretto friulano di Lea D’Orlandi, musica di Ezio Vittorio, che riscosse unanime consenso soltanto in traduzione tedesca negli allestimenti dello Stadttheater di Klagenfurt, risalenti all’aprile 1954.

Dovranno passare ancora sessant’anni prima di approdare a Strolic, creazione fors’anche più significativa delle precedenti in quanto capace di confrontarsi con un corpus poetico friulano altamente rappresentativo, quell’almanacco candido e arguto pazientemente compilato per oltre quattro decenni da Pietro Zorutti, corpus tanto vasto, multiforme e coerentemente dipanato da farsi contemporaneamente la raccolta completa dei suoi versi.

Il radicale mutamento delle prospettive stilistiche ed estetiche della musica d’oggi non impediscono all’Almanacco in musica di Valter Sivilotti di farsi, quanto i passati progetti, testimonianza di un attento confronto con i linguaggi sonori contemporanei e, contemporaneamente, veicolo di un’attitudine comunicativa squisitamente friulana, all’insegna di un istinto creativo attento a quella dimensione schiettamente popolaresca che perpetua l’immagine di tanta nostra eccelsa letteratura corale; senza contare, aggiungeremmo volentieri, quanto la letteratura musicale di ogni tempo abbia abbracciato volentieri la descrizione del trapassare delle stagioni mantenendosi, al contrario, cautamente lontana da ben più ambiziosi progetti legati al volgere dei mesi dell’anno.

Giunta a compimento inesorabile, e per motivazioni di agevole intuizione, la profezia schöberghiana sulla fine delle grandi orchestre sinfoniche, quale tramite, in particolare, di moderni contenuti e pluridirezionali messaggi, al gruppo corale maschile, simbolo inequivocabile di una storia tutta friulana, vengono affiancate tre voci strumentali che sembra difficile concepire disgiuntamente dagli interpreti per i quali sono state confezionate, voci che si compenetrano amabili con le trame corali liricamente nostalgiche ma scevre da facile sentimentalismo, in ciò eredi di una sensibilità musicale austera e riservata consegnata in eredità dalle luminose vicende della villotta, soltanto a tratti opponendovisi – e la sapienza antica del descrittivismo in musica non poteva di certo a tale proposito lasciare inosservate le tumultuose visioni temporalesche di maggio e di luglio – con entusiasmante furore virtuosistico.

Lo snodarsi zoruttianamente arguto e pacato dei mirabili dodici quadri musicali, tuttavia, sa mantenersi sapientemente lontano tanto da anacronistiche e manierate tentazioni alla reviviscenza folklorica, quanto da deliziosa vanitas raveliana o da sguardi iperbolici stravinskijanamente gettati sulle più disparate voglie musicali; il complesso universo sonoro novecentesco, e in particolare quello legato alla musica cosiddetta leggera o popolare, nel linguaggio di Valter Sivilotti è realmente in grado di farsi testimone del mondo, del bello e del tremendo della contemporaneità a preconizzare le profezie sottese all’estetica mahleriana, proprio in quanto il compositore rivive con trasparenza sincera e mai disgiunta da gusto nobilmente levigato per la perfezione del dettaglio, i linguaggi che da sempre lo accompagnano nella sua esperienza di creatore e ricreatore di suoni e nella lungimirante disposizione all’avveduta apertura sensoriale e razionale nei confronti della molteplicità e delle specificità che animano il magmatico universo musicale contemporaneo.

In tal modo, nei disincantati valses parigini, nelle graffianti marce del cabaret berlinese, nelle stilizzazioni minuziosamente ricercate tra le infinite sfaccettature dell’universo ritmico sudamericano alla ricerca dei segreti del loro pulsare, e nell’incanto magicamente attonito di quella Gnott d’avril che, primo, Arturo Zardini volle rivivere con una delle sue melodie indimenticabili e al cui fascino – alla luce di un ricercato procedere armonico che la canzone d’autore ha mutuato dal jazz – non ci si può sottrarre, il più autentico spirito della vocalità friulana di ieri e di oggi può ritrovare un accogliente e rassicurante contorno e immergersi nel macrocosmo della World Music quale sua nobile, vivida e tenace testimonianza.